L’uomo di domani



In questi giorni così difficili sarà capitato a tutti di cercare o trovare sul web svariate indicazioni, decaloghi, elenchi di strategie su come gestire a livello psicologico la situazione di crisi attuale. Fare sport in casa, leggere un buon libro, mantenersi in contatto con i propri amici, colleghi e familiari, dedicarsi alle attività che ci fanno star bene, sono tra i consigli più diffusi in rete.

Si tratta di ottime strategie di buon senso, di consigli della nonna, di pacche psichiche sulle spalle. Parliamo di indicazioni utili a dare un sollievo momentaneo, di comportamenti “anti-noia” perlopiù innocui.

La questione si complica però quando, al contrario, si inizia a sentire che queste strategie non funzionano per noi. In questo caso, ci si può chiedere come mai tutto il mondo si occupa di sfornare torte, suonare, fare yoga davanti a video di youtube o persino cantare sui balconi, mentre noi ci sentiamo schiacciati tra i cuscini del divano, senza riuscire a fare un granché. Ci si può chiedere come mai per noi queste strategie non funzionano, o funzionano a giorni o persino a ore alterne. L’umore è un’altalena e le nostre capacità di concentrazione svaniscono.

Quelle strategie possono smettere di essere d’aiuto e trasformarsi in un esame a cui non ci si sente preparati. Possono alimentare senso di frustrazione e inadeguatezza, aumentare lo stress, le emozioni negative e le preoccupazioni.

Un vecchio adagio (un po’ irriverente) di una certa psicologia di orientamento psicodinamico, diceva “Deprimiti e sii felice”. All’apparenza un motto per masochisti, in realtà il messaggio porta con sé una carica rivoluzionaria, almeno per la nostra epoca. Esso ci ricorda che nella crisi è necessario mettersi in contatto con il dolore e la sofferenza, la fatica, il senso di impotenza, la paura, senza eludere queste emozioni in modo illusorio. “Deprimersi” in questo senso è il risultato di un lavorio psichico che abbandona il senso di onnipotenza che si cela nelle più svariate “strategie operative” per stare meglio. Queste ultime, infatti, possono dare l’idea di aiutarci, perché restituiscono una qualche forma di controllo sulle nostre esistenze, ora drammaticamente sconvolte dall’epidemia. Tuttavia, questa epidemia è un trauma collettivo che richiede di essere elaborato, trovando spazi di riflessione e pensiero, capaci di dare voce alla sofferenza e al dolore che sta provocando, a vari livelli, in tutti noi.

Ai molti che evocano la speranza di un insegnamento da trarre da questi tempi bui, mi sento di rispondere che un primo passo in questa direzione ci sarà dato se impareremo, come singoli e come società, a fare i conti con le nostre fragilità, con l’impotenza e con il dolore. Se avremo il coraggio di “deprimerci”, di tollerare di non sentirsi efficaci né efficienti, di perdonarci il fatto di non avere voglia né di cucinare, né di cantare dai balconi, potremmo forse diventare gli uomini di domani.

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Dott.ssa Elena Ernandez

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