La trappola della consapevolezza

Tra Siddartha, Socrate, Maometto, Lao-Tsu e l’oracolo di Delfi c’è qualcosa in comune: l’esortazione a conoscere se stessi come fondamento per una vita piena e dotata di senso.

La centralità dell’autoconsapevolezza si ritrova in modo consistente anche nelle discipline psicologiche: il concetto di Intelligenza Emotiva (accanto a quello di intelligenza logico-matematica tradizionalmente intesa) introdotto da Goleman, ad esempio, insiste sull’importanza dell’essere consapevoli di sé e delle proprie emozioni. Nell’ambito della ricerca sul mondo delle organizzazioni, svariati sono i contributi che dimostrano quanto leader consapevoli siano determinanti sulle performance del loro team, sulla capacità di sostenere lo stress dei propri collaboratori, sulla costruzione di climi di fiducia e cooperazione.

Con il termine “autoconsapevolezza” o anche solo “consapevolezza” ci si riferisce alla “capacità di elaborare i segnali emotivi in modo rapido e accurato, di riconoscere le proprie emozioni quando emergono e di capire immediatamente quali potrebbero essere i loro effetti su stessi e gli altri” (McKee, Boyatzis, Johnston 2008). È una capacità che sostiene lo sviluppo della mente (sia in età infantile che adulta), favorisce la costruzione di un senso di fiducia di sé e degli altri, contribuisce al consolidamento di legami e, in definitiva, a una buona salute psicologica.


Per diventare consapevoli di sé, tuttavia, occorre mettersi alla ricerca, tenere aperti gli interrogativi. Richiede un paziente (e talvolta ingrato) lavoro, in cui si è contemporaneamente soggetto che osserva e oggetto di osservazione, come un etologo che si fa allo stesso tempo umano e animale, in territori non sempre ospitali e riconoscibili. In altre parole, la consapevolezza di sé non è mai un punto di arrivo, ma un’occasione per essere in viaggio.

Pertanto, essa può diventare la tomba del pensiero quando si cristallizza in una “definizione” radicale: può accadere, ad esempio, di dire o di sentir dire: “ho capito che sono così.. se mi capita X reagisco con Y. Ora lo so, ne sono consapevole”. In questo scenario, il rischio è che venga a mancare lo spazio per ulteriori interrogativi e ricerche, capaci invece di aprire nuove ipotesi e nuove strade, non necessariamente alternative, quanto piuttosto aggiuntive, dove ciascuno è messo in confronto con l’alterità – e le alterità, di se stesso.


In definitiva, la consapevolezza di sé NON significa saper rispondere alla domanda “perché…?”. Essa, al contrario, ha a che fare con:

· la capacità di tollerare l’incertezza e la circolazione di domande senza risposte definitive;

· la pazienza di raccogliere ipotesi diverse circa le proprie emozioni e i propri comportamenti;

· la possibilità di tollerare di avere di un quadro disomogeneo e frammentato, di non saperlo interpretare se non in alcune sue piccole parti;

· la necessità di lasciare che altre domande possano essere formulate.


Insomma, per parafrasare una massima di Emil Cioran, uno dei più influenti filosofi del XX secolo, si potrebbe dire che una ricerca di sé che, dopo aver demolito tutto, non demolisca anche sé stessa, ci avrà esasperato invano.

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